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Biblioteca Comunale "L. Cassese" - Storia di Atripalda

La Storia di Atripalda

A cura di Francesco Barra
Fotografie di Umberto Romito e Salvatore Viglietti

atripaldaFu con la conquista longobarda (570 d.C.) che il processo di decadenza dell'Abellinum romana subì un'accelerazione radicale e definitiva. Alla lenta involuzione delle strutture economico-sociali e al progressivo abbandono del vecchio centro urbano successero, infatti, la distruzione e lo spopolamento. A riprova di ciò, è sufficiente l'esame del quadro che i documenti permettono di tracciare per la stessa zona 500 anni più tardi. Quando, infatti, intorno al Mille, il lungo e oscuro silenzio finalmente si rompe, della passata civiltà romana non avanza neppure il più pallido barlume. Abellinum - con le sue lunghe mura poderose, i suoi templi e i suoi ricchi edifici pubblici e privati - è scomparsa del tutto, e i suoi ruderi irriconoscibili sono ricoperti e quasi soffocati da una fitta boscaglia. Di Abellinum in quanto tale sì è persa ogni coscienza e cognizione, tanto che le rovine dell'antica città non vengono altrimenti indicate, nelle carte longobarde, che come veterales, anticaglie cioè, delle quali non si conosce nemmeno più la denominazione originaria. Un immenso e fittissimo bosco secolare ricopre l'intera valle del Sabato. Solo intorno ai castelli sulle cime delle colline e ai minuscoli borghi arroccati che si stendono ai loro piedi il bosco cede il passo, per breve tratto, ai terreni coltivati. Il massimo proprietario fondiario della zona è il conte longobardo di Avellino, che esercita la sua giurisdizione sui pochi vassalli sparsi nell'area urbana ed extraurbana dell'antica Abellinum. Cospicui possessi vantano pure il vescovo e i canonici della cattedrale di Avellino, dai quali, inoltre, dipende la principale e più antica chiesa della zona, quella di Sant'Ippolisto. Lungo la riva destra del fiume, fuori di quello che era stato il perimetro urbano di Abellinum, è però già possibile scorgere segni più intensi di vita e di attività. Sulla cima della collina, che in epoca romana era stata sede del tempio di Diana, sorgono ora la chiesa di San Pietro e un castello, eretto dai conti longobardi per il controllo delle vie che dalla valle del Sabato si diramano verso quella del Calore. Dal castello scende una via pubblica, che raggiunge verso il fondovalle la chiesa paleocristiana di Sant'Ippolisto. Non lontana da questa, a breve distanza dal Sabato, vi è poi la chiesa di Santa Maria, futuro priorato cavense. Costeggiando il fiume lungo la strada, si raggiunge il mulino degli Archi (dai resti delle arcate del poderoso ponte-acquedotto romano), documentato fin dal 1086 e alimentato dalle acque del Salsola: esso è di proprietà dei conti di Avellino, che hanno concesso alla chiesa di Santa Maria il diritto di esigere la decima su tutti i cereali sfarinati dal mulino.
Quest'ultimo, oltre a rilevanza economica, ha importanza strategica, in quanto controlla uno dei principali guadi tra le due rive del Sabato.
Il principale nucleo, intorno a cui di li a poco si accorperà la futura Atripalda, è quello costituito dall'asse Sant'Ippolisto - Santa Maria - Archi. Anche se per il momento non sussiste ancora alcuna continuità edilizia tra questi tre elementi, è però significativo l'accentrarsi in quest'area, relativamente ristretta, di importanti funzioni religiose, economiche e commerciali. La presenza del mulino e del prossimo guado, presumibilmente assai frequentato, configurano già, sia pure in germe, le vocazioni industriali e commerciali della futura Atripalda; ma neppure va trascurato il ruolo di autorevole punto di riferimento, per tradizione religiosa e centralità topografica, esercitato dalla chiesa di Sant'Ippolisto. Infatti, pur dopo la scomparsa di Abellinum, lo Specus Martyrum continuò a essere oggetto di costante e fervida devozione da parte delle superstiti popolazioni latine e degli stessi longobardi. Quando, intorno al Mille, un fremito nuovo di vita e un rinnovato fervore di attività e di progresso, percorsero e animarono l'intera società medioevale, l'antica e venerata chiesa di Sant'Ippolisto, sopravvissuta a tanto volgere di eventi, venne a costituire il naturale fulcro, ideale e urbanistico, del nuovo centro che, raggruppando e inglobando gli sparsi nuclei esistenti e attirando a sé nuovi gruppi di popolazione, cominciò a svilupparsi sulla riva destra del Sabato, tra la collina del castello e il mulino degli Archi.
A questo processo, indubbiamente lento e da tempo in atto, una accelerazione decisiva impresse Truppoaldo Racco - della famiglia degli Adelferii, i conti longobardi di Avellino -, che, negli anni intorno al Mille, ereditò la parte orientale della contea, lungo la riva destra del Sabato. Il nuovo signore s'insediò infatti nel castello sulla collina, da lui verosimilmente potenziato e ristrutturato, e che divenne il centro dei suoi domini. Questo avvenimento segnò una svolta decisiva nella storia della nascente Atripalda, che appunto ora si accinge a nascere come entità autonoma. È più che probabile, difatti, che Truppoaldo sia intervenuto direttamente nella creazione di un borgo murato intorno alla chiesa di Sant'Ippolisto, incentivando in varie forme lo stabilirsi e il concentrarsi degli abitanti dei dintorni nel nuovo centro, che, a riprova dell'incisività e dell'efficacia dell'intervento effettuato dal nobile longobardo, da lui trasse nome.
Va rilevato che la scelta di Truppoaldo non fu certamente casuale e occasionale, poiché la posizione del castello e del nuovo centro abitato, che controllava i guadi del fiume e il sistema viario che dall'alta valle del Sabato s'irradiava verso Salerno, Benevento e l'Alta Irpinia, rivestiva rilevanza strategica notevolissima. Con felice intuizione, il nuovo signore intese inoltre, attraverso la creazione del borgo, valorizzare e sfruttare efficacemente le risorse naturali e ambientali che il luogo offriva. Atripalda venne in effetti a giovarsi sin dalla sua fondazione di un cospicuo complesso di fattori favorevoli, alcuni congiunturali ed altri strutturali: presenza diretta e immediata del signore, che dall'alto del suo castello assicurava la sicurezza esterna e l'ordine interno; preesistenza in loco di una sede di culto antica e venerata come la chiesa di Sant'Ippolisto, che custodiva le reliquie di San Sabino e degli altri martiri; felicissima posizione naturale, infine, che, oltre a permettere lo sfruttamento dell'energia idraulica per alimentare mulini (e in seguito ferriere e gualchiere), si prestava ottimamente all'esercizio dell'attività commerciale, con rilevante profitto economico per il feudatario, attraverso soprattutto l'esazione dei diritti di passo e di "piazza" su tutte le merci in transito o vendute al mercato.

L’Atripalda dei Caracciolo
atripalda3Rapido e notevole fu lo sviluppo di Atripalda tra l’XI e il XVI secolo. Che le attività commerciali vi fossero fiorenti e che il mercato fosse frequentato e accorsato, costituendo un sicuro punto di riferimento non solo per i paesi vicini ma anche in un àmbito interregionale, risulta già da un documento del 1272. Nel 1315, poi, Roberto d'Angiò concesse agli atripaldesí di tenere una fiera annuale di cinque giorni, a partire dal 1° maggio; si trattò però in realtà della formalizzazione di una tradizione già da tempo praticata, come specifica del resto lo stesso privilegio del sovrano angioino. Una svolta decisiva, anche economicamente, Atripalda conobbe quando, nel 1564, essa passò sotto il dominio feudale dei Caracciolo, che nel 1572 ottennero il titolo ducale, dominio destinato a perpetuarsi ininterrottamente per quasi due secoli e mezzo sino all'eversione della feudalità (1806). Fissata la propria sede ad Atripalda, dove eressero un imponente castello-palazzo dalle sobrie linee rinascimentali, i Caracciolo, circondati dalla loro corte, diedero un cospicuo impulso alla vita locale, da quella economica a quella culturale. Con essi, inoltre, poté realizzarsi l'aspirazione da secoli tenacemente perseguita dagli atripaldesi: l'autonomia ecclesiastica. Passata nel 1581 anche Avellino sotto il dominio dei Caracciolo, questi si adoperarono infatti per eliminare l'antica contesa tra le due cittadine, tra le quali veniva ora a cadere l'ostacolo costituito dall'appartenenza a diverse e rivali signorie feudali. Tra il 1583 e il 1585 - con una serie di atti, corroborati dall'assenso pontificio - i canonici avellines rinunziarono quindi ai loro antichi diritti sulla parrocchia di Atripalda, che acquistò finalmente la sua autonomia. Le maggiori e più sostanziali benemerenze i Caracciolo le acquistarono tuttavia nel deciso incremento da essi dato alle attività economiche e industriali. Un fatto assai importante fu costituito in questo senso dalla costruzione, nella seconda metà del XVI secolo, della nuova Regia strada delle Puglie, che valse a potenziare e sviluppare grandemente la vocazione di Atripalda come centro commerciale, specie per quanto attiene il mercato e la sfarinatura dei grani. L'approvvigionamento cerealicolo di Napoli venne da allora, infatti, a basarsi essenzialmente sul grano pugliese, e grande importanza, pertanto, assunsero le Dogane dei grani di Atripalda ed Avellino.
L'antica Dogana atripaldese consisteva in alcuni porticati coperti, ma non chiusi, di proprietà del feudatario, che sorgevano nel centro abitato, alla Piazza (attuale piazza Garibaldi?), sotto i quali il grano trasportato dai vaticali veniva scaricato, pesato, contrattato e venduto. Il grano pugliese, inoltre, non veniva ad Atripalda solo commercializzato, ma anche sfarinato, grazie alla presenza di numerosi e capaci mulini ad acqua, molti dei quali appartenenti al feudatario; in effetti, l'importanza dell'industria molitoria nella vita economica atripaldese rimase pressoché immutata sino alla seconda metà dell'Ottocento. Assai cospicua rimase l'industria siderurgica, come conferma il fatto che Atripalda era sede dell'arrendatore (appaltatore) del ferro e dell'acciaio della provincia di Principato Ultra. Alla fusione e alla lavorazione del ferro i Caracciolo affiancarono quella del rame e della carta, creando ramiere e cartiere, che sfruttavano anch'esse l'energia idraulica.
Ma l'innovazione di gran lunga più rilevante dovuta ai Caracciolo fu senza dubbio costituita dall'introduzione, a fine Cinquecento, dell'Arte della lana. Anche in questo settore produttivo l'energia idraulica ebbe un ruolo fondamentale e decisivo, grazie all'innovazione della gualchíera idraulica, la cui azione nella follatura della lana era assai più rapida ed efficace dei metodi tradizionali. La presenza della corte principesca dei Caracciolo - non priva, specie nel primo Seicento, di pretese culturali e non aliena da un certo mecenatismo - affinò ed elevò il costume sociale e stimolò l'ingegno, e spesso le velleità, degli intellettuali atripaldesi, che vediamo raccolti, a metà del XVII secolo, nell'Accademia degli incerti.

Il patrimonio storico-artistico
atripalda2Alquanto cospicuo era, sino al 23 novembre 1980, il patrimonio storico-artistico di Atripalda.
Lo Specus Martyrum, cioè la cripta in cui vennero sepolti e venerati i martiri paleocristiani di Abellinum, assai rimaneggiato attraverso i secoli, costituisce oggi la cripta della chiesa di Sant'Ippolisto. Questa - eretta in Collegiata nel 1598 e officiata inizialmente da 6 canonici, passati poi a 19 - conserva sostanzialmente l'aspetto che le fu dato col restauro completato nel 1852. 1 recenti restauri hanno però portato alla luce le originarie e massicce colonne romaniche in pietra viva delle navate, ricoperte nellOttocento da strati di tufi e da stucchi. Alle spalle dell'altar maggiore si osserva il Martirio di Sant'Ippolisto, del pittore napoletano Niccolò La Volpe (1852). Degna di rilievo è la Cappella di San Sabino; in essa è collocato il busto argenteo del santo, che ne contiene il teschio. Il terremoto del 1980 aveva arrecato gravi anche se non irreparabili danni alle strutture della chiesa, con il crollo del vertice del campanile, lo sfondamento della volta dell'abside, le lesioni alle volte delle navate e un principio di scollamento della facciata.
Oggi il restauro si presenta completato, e la chiesa si presenta arricchita di porte bronzee, donate da mons. Luigi Barbarito.
Restaurata è stata anche la chiesa della SS. Annunziata, una delle più antiche di Atripalda, nella quale si conservava un quadro di scuola fiamminga dalle calde tonalità, raffigurante l'Annunciazione.
Ha invece retto bene al sisma l'imponente edificio settecentesco di Santa Maria della Purità, restaurato nel rispetto delle linee originarie. Fondato nel 1660 nel suo palazzo dalla nobile Delia Laurenzano, il pio istituto si trasferì nella sede attuale nei primi decenni del Settecento.
Uscendo dal centro antico di Atripalda, l'assetto urbanistico al di qua del Sabato è caratterizzato dall'ampia piazza Umberto 1, nella quale confluiscono le principali strade della cittadina.
Sino alla seconda metà dell'Ottocento l'area dell'attuale piazza altro non era che un vasto e irregolare spiazzo, adibito a sede delle antiche e gloriose fiere atripaldesi e marcato soltanto dal convento e dalla chiesa degli alcantarini, popolarmente oggi detta di San Pasquale, e dal settecentesco palazzo Sessa.
Posto in posizione elevata, che domina la piazza e l'intero abitato di Atripalda, il complesso conventuale dei francescani, eretto nel 1589 e passato nel 1670 agli alcantarini, ha subìto col tempo profondi rimaneggiamenti e si presenta oggi con sobria ed elegante linea neoclassica. La chiesa, trasformata alla fine del Seicento e ancora nell'Ottocento, fu arricchita di pregevoli opere d'arte, tra cui il quadro raffigurante San Giovanni Battista (1779) di Vincenzo De Mita.
La piena urbanizzazione dell'area - storica sede delle antiche e gloriose fiere atripaldesi - fu realizzata negli ultimi decenni dell'Ottocento per impulso precipuo dell'amministrazione presieduta dal sindaco Luigi Belli, che provvide a sdemanializzare e a concedere a privati i vasti suoli posseduti dal municipio. In quello stesso periodo fu edificato, su progetto dell'ing. Carmine Biancardi, l'edificio della nuova dogana (1885), che nella sua imponenza personifica assai efficacemente i traguardi e le ambizioni di Atripalda in quell'epoca. All'interno dell'edificio - oggi adibito a museo - è di particolare rilievo la grande sala centrale a padiglione, sorretta da una spettacolare struttura lignea di eccezionale ardimento e suggestione. Proseguendo a piazza Umberto I e imboccando via Roma, si incontra sulla destra la chiesa di Santa Maria del Carmelo, detta popolarmente del Carmine, recentemente restaurata.
Nella sua struttura odierna, la chiesa risale al 1735 e conserva all'interno una buona statua della Vergine (1739) e, sul soffitto, un quadro ligneo raffigurante l'incoronazione della Madonna del Carmelo. Poco oltre sorge la chiesa ad una navata di San Nicola da Tolentino, ancora non ripristinata dai gravi danni subìti col terremoto.
Dell'annesso ex convento agostiniano da tempo non avanzano quasi più tracce, e la sua area è occupata dall'edificio delle scuole elementari. Degno di ricordo è infine la piccola chiesa della Maddalena, un tempo chiesa suburbana, eretta nella sua forma attuale nel 1653 sui ruderi delle mura di Abellinum.